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La casa di agosto

Tornare ogni estate nella stessa casa è un modo di misurare chi siamo diventati.

La casa è sempre la stessa: le persiane verdi che si gonfiano di caldo e non chiudono mai del tutto, l'odore di pietra fredda nell'ingresso, il rumore della ghiaia sotto le ruote che annuncia gli arrivi meglio di qualsiasi citofono. È la casa dei miei nonni, poi dei miei genitori, e ad agosto — solo ad agosto — anche un po' mia.

Ci torno ogni anno e ogni anno la casa mi restituisce una versione precedente di me. Nel cassetto del comò c'è ancora una scatola di conchiglie catalogate con l'etichettatrice, l'opera di un bambino che credeva che nominare le cose bastasse a tenerle. Sul muro della cantina, le tacche a matita delle altezze: io, mia sorella, due cugini che adesso vivono a Berlino e chiamano casa un'altra lingua.

Il tempo, qui, non passa: si deposita.

Quest'anno ho notato per la prima volta che mio padre sale le scale tenendo il corrimano. Non ne abbiamo parlato — non è una casa dove si parla di queste cose, è una casa dove si apparecchia per le otto e si discute se il basilico va lavato o solo pulito. Ma l'ho visto, e la casa l'ha visto, e tra le sue funzioni c'è anche questa: essere il luogo dove le cose si vedono un anno prima che si dicano.

L'ultimo giorno faccio sempre lo stesso giro. Chiudo le persiane una a una, stacco la corrente, lascio le chiavi nel posto che tutti conosciamo e che non scriverò nemmeno qui. Poi resto un momento nell'ingresso, al fresco, ad ascoltare la casa che torna ad essere di nessuno. Ci vediamo l'anno prossimo, le dico. Vediamo chi ti porto.